Pubblichiamo alcuni scritti in ricordo del nostro caro Giorgio Meiorin.

Il Professor Giorgio Meiorin – di Massimo Gargiulo

Per tutti quanti lo hanno conosciuto in Villa Nazareth, da coloro che ne hanno condiviso l’esperienza sin dall’inizio a chi appartiene alle generazioni successive, Giorgio Meiorin era una persona affabile e disponibile, molto colta eppure discreta, pronta al sorriso. Io sono tra quelli che lo hanno avuto come insegnante e che poi, consigliati da lui, hanno anche fatto il concorso e sono entrati in Villa Nazareth, della cui equipe educativa faccio tuttora parte. Questa doppia privilegiata visuale mi consente in queste poche righe di completarne il ricordo. A scuola il prof. Meiorin era conosciuto prima ancora di averlo come proprio insegnante: già dal ginnasio lo precedeva la fama di docente tanto preparato quanto esigente. Io poi sapevo già dall’iscrizione chi era, per l’attività di volontariato che aveva prestato alla sorella del mio migliore amico. Quando arrivammo al triennio, sezione B del liceo classico Benedetto da Norcia, il quadro fu confermato e perfezionato. La sua dizione perfetta, i cognomi di tutti imparati alla prima lezione, le prime etimologie di termini italiani di origine greca, furono per noi il vestibolo che introduceva a un mondo di vastissime conoscenze, che non si limitava alle discipline classiche, ma spaziava fino alla musica, alla storia, alla geografia, al folklore, all’arte. L’impressione fu straniante, come avvicinarsi a terre sconosciute, ma nasceva contemporaneamente anche un sentimento direi di sfida quasi, vale a dire entrarvi sotto la sua guida e tentare di approssimarsi il più possibile a quella fonte del sapere. Del resto la dedizione che il professore aveva per quel lavoro era tale che non ci poteva lasciare inerti; scuola e cultura erano vissute da lui con una serietà che non poteva non stridere con le nostre fatiche, certi tentativi di fuga, il tabù per scioperi e autogestioni; nel contempo si mostrava quotidianamente di una coerenza che non permetteva contestazione, tanto tutto era comprensibile perché costantemente ripetuto, dal gesto di apertura del registro fino alla valutazione. Era una correttezza che ispirava fiducia e familiarità, anche in coloro per i quali si traduceva in insuccessi e che magari non ne condividevano i metodi. L’uomo mite di Villa Nazareth era lo stesso professore rispettato come si rispetta un’autorevolezza fondata sulla preparazione e la serietà.
Ma non vi è scissione tra i due. L’ho capito da quando sono entrato io, fino a ricoprirvi incarichi di responsabilità. Perché Giorgio Meiorin aveva imparato dalle persone di Villa e dal Cardinale in primis ad applicare la religiosità che recava con sé sin da San Quirino a tutti gli aspetti della vita: per lui qualsiasi luogo attraversasse con il suo impegno era tempio, nel senso etimologico di uno spazio delimitato in cui impiegare sacralmente i propri talenti e valori. Tra questi luoghi la scuola ha avuto senz’altro un ruolo di primo piano. Mi ha raccontato l’ultima volta che l’ho visto, ad agosto, che fu il Cardinale a spingerlo ad accettare un incarico al liceo che, specie illis temporibus come amava dire, lo spaventava e faceva sentire inadeguato. Fu una delle visioni profetiche, sosteneva, di don Achille. E, divenuto il prof. Meiorin, trasferì nella scuola pubblica il bagaglio di valori che aveva appreso e vissuto a Villa Nazareth. La scuola doveva infatti essere per tutti; non per nulla, dopo altre esperienze, è rimasto fino alla pensione in un liceo di periferia, a Centocelle. Aveva della scuola come istituzione un’idea altissima, che gli faceva vivere con fastidio gli scarti dalla missione che invece riteneva dovesse avere: insegnare, far crescere gli studenti. Doveva essere per loro un’occasione integra e garantita, da non disperdere a causa delle stolte riforme che si susseguivano o dei comportamenti inadeguati di chi la viveva. Quel rigore negli ultimi mesi lo ha portato a un sofferto ripensamento delle scelte fatte, quando mi confidava il timore di essere stato troppo severo ed esigente; ma il fine era buono, voleva che il giudizio rappresentasse il rispetto del lavoro svolto e lo stimolo per quello ancora insufficiente. Per questo non tollerava che non mettessimo a frutto i nostri talenti; lo ripeteva spesso e ho ritrovato poi queste stesse parole in tutti i formatori che ho incontrato a Villa Nazareth, e lì ho capito. Su un altro tema era costantemente insistente: il chiederci i perché, farci venire le curiosità, esplorare. Anche questa vocazione critica avrei trovato più tardi a Villa. Ha dato lui stesso la sintesi: in un articolo di questo stesso giornalino scrisse che ciò che accomunava i cristiani ai movimenti che negli anni intorno alla redazione erano forti e presenti nella stessa Villa Nazareth, era l’opposizione allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ebbene, Giorgio Meiorin è stato proprio un rappresentante di questo umanesimo, rinvenendo nella cultura la via prima di emancipazione e di realizzazione di quanto di meglio l’essere umano possa realizzare: “che cosa bella è l’uomo quando è uomo”, diceva Menandro, e prima ancora Sofocle lo definiva la creatura più terribile, quella, secondo Genesi, che reca in sé la somiglianza con Dio; in classe ci spiegava tutto questo e ripeteva il celeberrimo verso terenziano homo sum, humani nihil a me alienum puto.
Così, molto in breve, è stato il prof. Meiorin per chi lo ha vissuto a scuola e a Villa. È stata un’esperienza esaltante, un privilegio vero quello di conoscerlo e ascoltarne le lezioni. Sarebbero troppi gli esempi, gli aneddoti, le curiosità e persino le stranezze. Indimenticabili le spiegazioni sulla tragedia greca, la sensibilità commossa nel tracciarne i personaggi femminili, da Medea ad Alcesti, l’approccio quasi mistico alla poesia religiosamente atea del proemio del poema di Lucrezio, il coinvolgimento nelle orazioni e nei trattati ciceroniani, l’intima adesione alla medietà oraziana, l’esaltazione della sapienza da Atene a Gerusalemme; tanto entusiasmante quanto forse incomprensibile l’agone linguistico che ingaggiavamo con lui, la corsa a girare il foglio del compito in classe per vedere se si era arrivati vicino a quella perfezione che chiedeva perché sapeva dare.
Qui mi fermo, nell’assenza di spazio e di parole. Solo una intrusione personale per esprimere la mia profonda gratitudine, seguita dall’eco di tutti quanti in questi giorni hanno detto, convintamente, che Meiorin, l’in-segnante, ha tracciato un segno nella loro vita.
Un giorno, durante un compito in classe di italiano, gli chiesi l’autore di una citazione greca che volevo inserire ma non ricordavo. Mi rispose sorridendo, dicendomi che volevo farmi bello con le piume altrui. Ebbene ci ricado. Ricorro, per tentare di dare un’idea più piena di ciò che è stato, alle affettuose parole di Porfirio nei confronti del maestro Plotino. Nel leggerle, le persone di Villa lo potranno immaginare in un’aula di un primo piano, che dischiudeva tesori di bellezza a volti attenti: “Quando stava insieme agli allievi egli era abile a parlare e straordinario nel trovare e pensare ciò che era conveniente […] Quando prendeva a parlare, l’evidenza della sua riflessione arrivava fino al viso che gli si illuminava. Già gradevole alla vista, in quel momento diventava ancora più bello, che più non si poteva. Gli correva qualche goccia di sudore e la sua dolcezza si faceva splendente, mentre si rivelavano il suo essere aperto alle domande e la sua tensione”.

 

Il sorriso di Giorgio – di Antonio Casamassimi

La mattina del giorno del funerale siamo andati a casa di Giorgio, a San Quirino, dove la sorella Enrica aveva voluto che fosse allestita la camera ardente per un ultimo saluto a Giorgio da parte dei familiari e degli amici. Sulla bara, oltre ad un mazzo di fiori, c’era una fotografia di Giorgio, scattata un paio di anni prima in occasione di un lieto evento familiare, che mi ha molto colpito e commosso per il suo sguardo vivo e sereno e soprattutto il suo sorriso.
Tanti ricordi mi sono tornati alla mente in quel momento e, in particolare, il sorriso con cui Giorgio aveva accompagnato e condiviso con noi ogni momento del nostro vivere insieme in questi quasi sessanta anni dai primi anni di liceo a Villa Nazareth fino ad oggi. Negli studi, in cui ci aveva dimostrato subito una preparazione superiore diventando per molti di noi il riferimento per le versioni di latino e greco; nelle attività sportive, in cui suppliva con buona volontà e voglia comunque di partecipare alla minore abilità e destrezza rispetto agli altri compagni; nel giorno della laurea, la prima di uno studente di Villa Nazareth, nella sessione estiva del 1968; nel suo primo incarico a scuola in cui era impaziente di trasmettere agli alunni la sua competenza e il suo amore per gli studi classici; nei viaggi di studio e nei pellegrinaggi in cui condivideva con noi e altri amici il suo desiderio e la sua gioia di riscoprire anche nei luoghi meno frequentati e poco conosciuti gli avvenimenti e le storie apprese nel tempo.
Il sorriso di Giorgio era espressione della sua mitezza e rispetto dell’altro, di serenità e dolcezza verso tutti anche se di opinioni e comportamenti diversi dai suoi e per questo lo abbiamo apprezzato e gli abbiamo voluto sempre bene.
Con la stessa serenità ha affrontato la sua malattia e il suo evolversi con la speranza di poterla superare ma anche accettandone senza recriminazioni la sua conclusione dolorosa. Si faccia di me secondo la Sua volontà: questo era il suo atteggiamento di fiducia verso Dio che lo portava ad essere altrettanto sereno quando lo sentivamo o lo incontravamo qui a Roma o a casa a San Quirino terminando anche con qualche battuta o con un sorriso la conversazione.
Come lo scorso anno, quando preparavo il viaggio in Portogallo con il pellegrinaggio a Fatima e lui era indeciso se partecipare o meno perché aveva desiderato moltissimo visitare il Santuario e pregare nei luoghi dell’apparizione della Madonna, ma non si sentiva sicuro a causa della malattia che lo lasciava debilitato. Nel momento di chiudere il gruppo per passare i nominativi all’agenzia di viaggi l’ho chiamato per sapere delle sue decisioni e mi ha risposto: “non me la sento e non voglio dare fastidio, avrei tanto desiderato essere con voi ma forse è la Madonna che non mi vuole a Fatima”. Gli ho detto: “No, Giorgio, la Madonna non ti vuole ora che sei malato ma ti aspetta quando sarai guarito” e lui mi risponde con un: “sarà” in cui immaginavo la sua speranza e il suo desiderio di pregare la Madonna a Fatima per la sua salute ma anche il rammarico per non potercela fare.
Giorgio contava molto sulla preghiera degli amici come sostegno e vicinanza nella sua malattia. Lo scorso febbraio quando siamo andati a Vetralla per la ricorrenza della nascita del Cardinale Tardini ho pensato di rivolgere una preghiera ai nostri due Cardinali, a lui e a Samoré, chiedendo se non un miracolo almeno un loro aiuto in quel momento difficile. Giorgio ne fu molto contento, non aveva pensato al loro aiuto. Nelle settimane successive continuavo a pregare monsignore nostro e monsignore piccolo, come chiamavamo da bambini Tardini e Samoré per via della sua statura minuta, ma la situazione di Giorgio non sembrava migliorare. Giorgio sorridendo mi chiedeva: “hai pregato a sufficienza, ti sei fatto sentire? e cosa ti hanno detto?” Ed io, in tono semi serio: “Rivolgo a loro ogni giorno una preghiera, ma questi due sembrano sordi o sono occupati in altre faccende o sono ancora in fila aspettando il loro turno per conferire”. E nelle settimane successive, ancora senza nessun miglioramento, gli dicevo sempre scherzando: “Guarda Giorgio, su questi due non è possibile contare, bisogna rivolgersi a qualcuno un po’ più in alto”. E lui rispondendo a tono anche se con un po’ di mestizia: “Non ti ascoltano forse perché a loro due non interessa essere proclamati santi”.
Giorgio è tornato ora alla casa del Padre; la sua amicizia e il suo sorriso resteranno con noi per sempre.

 

Caro Giorgio – di Renato Cimenti

Caro Giorgio,

mi sento di dire queste parole, solo perché ho la certezza che mi ascolti ma non puoi interrompermi.
Se lo potessi, mi faresti tacere, perché anche solo parlare di te ti faceva arrossire, ti metteva in imbarazzo: al contrario di tanti uomini piccoli che si fanno grandi, tu, che eri un uomo grande, ti facevi sempre piccino.
Abbiamo attraversato insieme, con tanti amici oggi presenti, gli anni di Villa Nazareth: abbiamo ricevuto il dono gratuito di una formazione culturale e religiosa in un ambiente ricco di stimoli e di proposte e tu, forse più di tutti noi, hai saputo metterlo a frutto ed incarnare quella “diaconia della cultura”, che non hai usato come strumento di carriera o di sopraffazione, ma come dono per altri, per chiunque avesse bisogno della tua parola saggia.
Ti abbiamo conosciuto negli anni della scuola, appassionato scolaro dagli ottimi risultati ma mai superbo di esibirli.
Ti abbiamo conosciuto negli anni dell’università, studente ben presto al livello dei tuoi stessi insegnanti.
Ti abbiamo conosciuto quando hai distribuito ai tuoi alunni il dono della saggezza e della tua sapienza.
Ti abbiamo conosciuto quando la fame di sapere ti ha indotto a non fermarti alla pensione, ma a continuare nello studio impegnativo dell’ebraico e dell’aramaico, per poter leggere nella lingua originale quei testi biblici che erano il nutrimento della tua fede.
Ti abbiamo conosciuto viaggiando insieme verso mete di grande richiamo spirituale e storico: la tua presenza, la tua cultura, ci diceva tutto quello che era veramente importante vedere, che era spesso inutile cercare nelle guide.
Ti abbiamo conosciuto per tanti anni, nei quali ci hai regalato la tua amicizia generosa, il tuo sguardo sorridente, la tua serenità sempre disponibile e contagiosa.
Ti abbiamo conosciuto come un uomo gentile e mite, non la mitezza del debole, ma la mitezza che è frutto di forza interiore, di saldezza dei principi, di ricchezza del cuore.
Caro Giorgio,
Ti abbiamo conosciuto anche durante la tua malattia, affrontata con coraggio e fiducia, fino al momento in cui alla speranza è subentrato il dolore: se oggi siamo angosciati, questo rivela anche il sentimento di gratitudine che ti dobbiamo, di orgoglio di esserti stati amici, di fiducia che il Padre nostro che è nei Cieli ti ha accolto nelle Sue braccia.
Ed in questa certezza, anche se non possiamo nascondere il dolore, nasce dentro di noi un piccolo germe di gioia.