La nostra studentessa Chiara Strano, laureanda in Lingue e culture del mondo moderno, ci racconta la sua esperienza Erasmus, vissuta l’anno scorso a Berlino per sei mesi. 

“Costruite ponti, non muri!”. In questo invito di Papa Francesco, trovo racchiusa l’essenza della mia esperienza Erasmus. Ad ospitarmi è stata infatti l’efficiente e moderna città di Berlino, così multietnica ed aperta alla diversità da far quasi dimenticare che in passato un muro così insormontabile la dividesse.

Mi sento solo di consigliare a chi volesse intraprendere un percorso del genere, di resistere alla tentazione di gettare la spugna di fronte alle tante difficoltà burocratiche che si presenteranno sotto gli aspetti più vari prima, durante e dopo la partenza. Tante scartoffie a cui stare attenti nella fase preparatoria, questioni accademiche da chiarire al momento della frequenza nella nuova università, e i conti da fare al rientro. Tutto però vale la pena di essere affrontato a fronte della ricchezza che una tale esperienza lascia nel proprio bagaglio umano.

Speravo, andando, di abitare a stretto contatto con i tedeschi per praticare nella quotidianità la lingua che studio, invece l’università ospitante mi ha destinata ad una residenza che ospita tanti altri studenti Erasmus. Il risultato è stato che per poter comunicare con persone provenienti da ogni parte dell’Europa e del mondo diciamo che la lingua tedesca non è stata la più usata, però è certo che la quantità di novità da cui mi sono lasciata permeare è stata inestimabile ed inaspettata ed ha creato occasioni di scambio che si riveleranno durature, o si sono già rivelate profonde.

Il periodo invernale vissuto in quel nevoso gelo è stato un duro colpo a cui abituarsi per una persona che proviene dal sud, e devo ammettere a malincuore che anche il clichè riguardo la tendenziale freddezza delle persone di quella terra l’ho sperimentato sulla mia pelle. Ma la compagnia dei miei coinquilini greci, spagnoli, cinesi, brasiliani, polacchi, italiani e francesi ha allietato di molto la mia permanenza. Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa di sé e del proprio paese, che nessun’altro confronto potrebbe mai eguagliare.

Fondamentale per me è stato poi frequentare la comunità cattolica italiana di Berlino, un posto dove ritrovare me stessa in mezzo a quelle giornate così insolitamente diverse dalla mia routine abituale, mi ero documentata sulla sua esistenza già prima di partire e non me ne sono pentita.

Sono convinta che chi impara a vivere in comunità qui a Villa Nazareth, trovi poi tante occasioni nelle vita che richiamano quel tipo di mentalità. Di certo nella condivisione di spazi e responsabilità in una casa affollata, mi sentivo di possedere un’esperienza in più rispetto ad altri. Mentre una differenza che ho sperimentato è stata lo sforzo che ci vuole per continuare la propria vita di fede quando la cappella non è più a pochi passi dalla tua stanza.

Un confronto che invece va a discapito della nostra nazione è stato vedere la grande qualità dei servizi che un’università statale europea dovrebbe offrire ai propri studenti. Frequentando la Freie Universität Berlin, infatti, mi ci è voluto del tempo per abituarmi al fatto che un’università possa davvero essere costruita attorno allo studente, i cui diritti vengono tenuti in serissima considerazione, dove il rapporto con gli insegnanti è quasi tra pari e dove la qualità scadente dei luoghi e dei servizi non è assolutamente contemplata.

Mi ha messo un po’ a disagio rendermi conto di quanto sia benvoluto il popolo italiano nell’immaginario collettivo, di quanto nessuno ignori i nostri capolavori culturali e sapere però internamente di quanto poco faccia il nostro paese per preservare i punti di forza che abbiamo e che fanno riecheggiare il nostro nome ad ogni angolo della terra.

Andare fuori, in questo senso, può essere uno strumento utile e prezioso per ri-entrare con una consapevolezza diversa e più ampia sui luoghi dai quali proveniamo.

Articolo a cura di Chiara Strano